lunedì 14 maggio 2012

Dai giornali giapponesi: "Waga haha no ki" di Harada Masato


Storia di una famiglia ai bei tempi andati dell’epoca Shōwa. Trasposizione cinematografica del romanzo autobiografico di Inoue Yasushi, dove il romanziere protagonista, Inoue Kōsaku, appartiene a una famiglia di rango medio-alto. Parlando di questi argomenti, non è possibile non fare riferimento al cinema di Ozu e, in effetti, Harada Masato tributa ammirazione al cinema del maestro.
Yae (Kiki Kirin), quando perde il marito va a vivere con il figlio Kōsaku (Yakusho
Kōji), la figlia e i nipoti. A causa dell’età avanzata, manifesta crescenti sintomi di difficoltà cognitive, ad esempio continua a dire “non l’abbiamo ancora spedito” di un regalo di compleanno da tempo spedito oppure si rivolge alla figlia come se fosse la donna di servizio. Arriva anche a vagabondare spesso, al punto di attirare l’attenzione degli estranei. La famiglia viene sconvolta dal comportamento di Yae ma non mette da parte l’anziana donna e anzi la segue affettuosamente.
Se si guarda al dramma famigliare come ritratto delle dinamiche interpersonali di un gruppo di persone, allora anche film di Harada come Jubaku: Spellbound o The Climbers High hanno qualcosa di simile ma qua egli tenta di avvicinarsi al cinema di Ozu soprattutto attraverso il ritmo pacato. Si possono anche facilmente notare citazioni di film come Fratelli e sorelle della famiglia Toda, Viaggio a Tokyo, Storia di erbe fluttuanti. Tuttavia, suscita anche un’impressione decisamente diversa, dovuta probabilmente a una maggior crudezza rispetto al cinema di Ozu.
Anche se la recitazione di Kiki Kirin è controllata, l’azione risulta vivace e le sue espressioni facciali sono ricche. Sarà davvero rimbambita o starà solo facendo finta? L’espressione del bambino birichino che candidamente sembra far finta di nulla è un capolavoro che invita al riso e alla commozione. Kiki Kirin modella abilmente il suo personaggio, che è diverso da quelli dei film di Ozu, i quali di solito non esplicitano i loro sentimenti.
Nella parte finale, si comprende che in Yae, sebbene stia perdendo la memoria, è rimasta una cosa molto importante. Quando era bambino, Kōsaku era stato affidato all’amante del bisnonno e aveva vissuto da solo, separato dalla famiglia. Il figlio ha continuato a provare rancore nei confronti della madre ma lei si è dimenticata persino di quel fatto. Alla fine, Kōsaku vuole comprendere il sentire della madre. Di fronte all'inaspettato farfugliare dell’anziana donna, sia Kōsaku che noi non possiamo fare a meno di sorprenderci. Assistendo a una tale espressione quasi animalesca del sentimento materno, non si può non convincersi che una madre sia così.  In questa scena, i ricordi del figlio vengono risvegliati dalla voce della madre. Poi, nell’avvicinarsi alle ultime scene, è la volta del ricordo della madre ad essere resuscitato dal contatto con la schiena del figlio che la porta a spalle. Queste due scene trasmettono vividamente la visceralità del ricordo delle persone e provocano un’emozione profonda, completamente diversa rispetto a quella dei film di Ozu.
(Kondō Takashi – Yomiuri Shinbun, 27/4/2012)
[Traduzione libera di Franco Picollo]

venerdì 11 maggio 2012

Monsters Club (モンスターズクラブ)


Monsters Club (モンスターズクラブ, Monsters Club). Regia, soggetto e sceneggiatura: Toyoda Toshiaki. Fotografia: Shigemori Toyotarō. Montaggio: Bando Naoya. Musiche originali: ZAK/Terui Toshiyuki. Interpreti: Eita, Ken Ken, Kubozuka Yōsuke, Kunimura Jun, Kusakari Mayū, Matsuda Miyuki, Pyuupiru. Produttori: Harada Mitsuo, Inagaki Mamoru, Kosano Tamotsu. Durata: 72'. Uscita nelle sale giapponesi: 21 aprile 2012.
Link:  Sito ufficiale - Chris MaGee (Toronto J-Film Pow-Wow)
Punteggio ★★★1/2   

Ryoichi è un uomo che vive solitario in una piccola casetta in mezzo al bosco. Completamente isolato dalla società contemporanea è da questa però ossessionato e spinto da un odio luddistico cerca di distruggerla o cambiarla fabbricando manualmente degli ordigni esplosivi che manda ai presidenti dei vari potentati economici. Ad un certo punto però una strana creatura irrompe nella sua vita portando con sé le apparizioni dei due suoi fratelli, entrambi morti. Essendo anche il padre e la madre deceduti, l'unico legame con la famiglia e con il mondo umano resta sua sorella che un giorno bussa alla porta della baracca. 
Monsters Club si apre con una scena molto suggestiva in cui vediamo il protagonista preparare l'esplosivo e metterlo in una valigetta. Seguiamo poi il percorso di questa bomba in una soggettiva dall'interno della valigia stessa, dove si vede quindi solo il congegno ma si odono i rumori provenienti dalla strada, del servizio di consegna e dell'ufficio fino al momento dell'esplosione che però non vediamo perchè il film stacca di nuovo su Ryoichi impegnato nel lavoro manuale vicino alla sua baracca ed è a questo punto che compare il titolo. Un bell'inizio, molto ben pensato e che ci catapulta dentro la pellicola fin da subito, l'assenza di immagini "della civiltà", l'atmosfera immobile, monotona e quasi vischiosa che caratterizza tutto il film è uno dei punti di forza di questo lavoro di Toyoda. 
C'è una scena che con qualche piccola variazione si ripete per alcune volte nel corso del film. È quella in cui lo schermo è dominato quasi interamente dal panorama bianco della neve in campo lungo, con Ryoichi in un angolo a destra dell'inquadratura. Questa costruzione scelta con gusto quasi pittorico è impiegata nel tessuto narrativo dell'opera per creare quella distanza, quel salto dagli ambienti interni, scuri e claustrofobici della baracca che dominano la parte centrale del film. A destabilizzare poi il quadro filmico ancor maggiormente è l'improvvisa entrata in scena del mostro/creatura interpretato e creato da Pyuupiru. La strana creatura era già comparsa nelle scene interne ed aveva contribuito a rompere quell'uniformità stilistica che fino a quel punto era stata mantenuta: la feroce critica della società tecnologica fatta in voice over dallo stesso Ryoichi, con le immagini sempre filtrate dalla neve delle montagne, dell'interno dell'abitazione, dei boschi e della legna tagliata dal protagonista, quando non impegnato a costruire gli ordigni esplosivi o a scrivere il suo manifesto contro la società tecnologica/industriale. Il bianco quasi a tutto schermo dello spiazzo innevato, assieme all'apparizione inspiegabile e indicibile della creatura che dà poi il via a quella dei due defunti fratelli: sono queste immagini soprattutto che creano quello scarto poetico che è l'anima di tutto il film e lo rende un'esperienza filmica abbastanza unica, disintegrandone una possibile lettura univoca. Se è vero infatti che l'inizio non lascia spazio a dubbi ed esprime una forte critica verso la società tecnologica ed industriale, ci sembra altrettanto palese che questa istanza è solo un punto di partenza per una successiva e vertiginosa discesa all'interno di un individuo che si vuole realmente libero nella società contemporanea. In questo senso il fatto che il laboratorio del protagonista sia situato nel sottosuolo della baracca potrebbe essere colto quasi come un elemento simbolico. I mostri a cui il titolo si riferisce sono quelli che abitano all'interno di una singolarità tanto speciale, le creature ed i fantasmi sono tanto esterni al protagonista, parte ed emanazione del passaggio claustrofobicamente aperto delle montagne, quanto dentro la sua testa, il suo passato, la sua memoria. Uno dei meriti di Toyoda è quello di non aver semplificato e banalizzato la posizione alla Ted Kaczynski (che resta il punto d'avvio del film) e in questo senso la pressochè assoluta mancanza di scene girate "nella società tecnologica/industriale", se si esclude il finale, è davvero una scelta azzeccata. Partendo da una ferocissima presa di posizione verso la società dei consumi e quella industriale, Toyoda ci regala così una discesa agli inferi e Monsters Club è letteralmente un viaggio nell'Ade, fra i morti, per i morti e per la morte. La sorella Mikana è, a parte Ryoichi stesso, l'unico membro della famiglia rimasto vivo e che con la vita sembra avere un rapporto "tradizionale", vuole sposarsi, farsi una famiglia, "diventare uno schiavo" insomma nelle parole del fratello. Potremmo dire che è l'unica persona ancora "effettivamente" viva perchè Ryoichi non è propriamente vivo, si trova in quella zona grigia ed indistinta fuori dalla società ed in contatto con mostri e defunti, una specie di psicopompo che ci guida in questo vertiginoso buco di morte che è un'interiorità aperta. Monsters Club è per tutto quanto abbiamo scritto fin ora, quindi, più un poema  sul singolo e la sua posizione nella comunità che un trattato contro la società, un tema secondo noi secondario del film, ed in questo senso è di fondamentale importanza la presenza nella pellicola di un libro e dei versi di Miyazawa Kenji. È una presenza sia indiretta, visto che il poeta era originario del Tōhoku ( luogo in cui il film è stato girato, Yamagata) e che del rapporto con la natura selvaggia ha molto scritto, sia direttamente con Kokubetsu (l'ultimo addio) libro che il fratello suicida aveva regalato a Ryoichi, e che nel bel finale ritorna quando del poema vengono declamati i versi finali: "Devi creare la musica da questa solitudine/ inghiotti tutto l'odio e la miseria e canta comunque./Se non hai uno strumento musicale.../ascolta mio discepolo/Suona al meglio delle tue possibilità le canne d'organo fatte di luce che attraversano il cielo." [Matteo Boscarol]

mercoledì 9 maggio 2012

Gokudō meshi (極道めし, Sukiyaki)


Gokudō meshi (極道めし, Sukiyaki). Regia: Maeda Tetsu. Soggetto: dal manga di Tsukiyama Shigeru. Sceneggiatura: Habara Daisuke, Maeda Tetsu. Fotografia: Tanigawa Sohei. Montaggio: Takahashi Koichi. Scenografia: Tsuyuki Emiko. Cast: Nagaoka Yu (Kenta), Maro Akaji (Hachi-san), Ochiai Motoki (Aida), Katsumura Masanobu (Minami), Denden (Gosho Gawara), Gitaro (Chanko), Kimura Fumino (Shiori). Produttori: Haruna Kei, Ogawara Osamu, Ikeda Shinichi. Produzione: Deep Side, King Record Co. Durata: 108'. Uscita nelle sale giapponesi: 23 settembre 2011.
Link: Mark Schilling (Udine Far East Film Festival) - Nicholas Vroman (a page of madness) 

Tratto da un fumetto di Tsuchiyama Shigeru, Sukiyaki è una commedia venata di malinconia. La vicenda è ambientata nella cella di una prigione giapponese, dove viene rinchiuso un giovane yakuza condannato per aggressione e percosse. I suoi compagni di cella sono un ex lottatore di sumo passato al wrestling, un anziano ladro professionista, un gigolo da nightclub e un altro delinquente. Come il nuovo arrivato avrà modo di verificare, i quattro si intrattengono con una sorta di gioco/rituale: si raccontano a turno storie sul pasto più appagante della loro vita, chi riesce a prodursi nella descrizione del cibo più stimolante, potrà scegliere qualcosa dal piatto dei compagni a Capodanno, giorno durante il quale viene servito l’unico pasto decente dell’anno.
Kenta, il giovane yakuza, all’inizio è scontroso e poco disponibile a farsi coinvolgere, ma finirà anche lui per gareggiare con gli altri nei racconti, e svelare un po’ dei suoi ricordi e delle sue angosce.
Sukiyaki è un’opera tutta incentrata sull’evocazione del ricordo tramite il cibo. La visualizzazione dei piatti - semplici per lo più, familiari - fa sì che si dischiudano le porte della memoria, e si rivelino gli affetti che contano, l’amore per le madri, le fidanzate, i figli. Gli uomini descrivono i sapori, i profumi e allo stesso tempo rivivono momenti fondamentali della loro esistenza fuori dal carcere, legati in particolar modo alla famiglia: la madre che cucina al figlio l’ultimo pancake prima di abbandonarlo, una grigliata in riva al mare, la fidanzata che si impegna nella preparazione di creativi e amorevoli ramen.
Con uno stile volutamente teatrale nel momento dei flashback gastronomici ed anche con alcuni intermezzi in animazione, l’opera si dipana sul filo dell’equilibrio tra risata e tristezza, lasciando che siano i ricordi ad “aprire” metaforicamente le porte della prigione: tutta la vicenda ha luogo infatti tra le mura di una cella, ma tramite i flashback il mondo esterno irrompe nella storia. La morale sta, per i poveri reclusi, nel non aver compreso e risolto i legami delle proprie vite, quando ne avrebbero avuto l’occasione: all’interno delle mura di una prigione, anche i sapori si fanno più intensi grazie alla forza della mente, i ricordi più vividi, certe situazioni più chiare. Il regista indugia anche in alcune sequenze oniriche, come quando Keita, al lavoro nella segheria del carcere e frastornato per la fame, immagina che i trucioli di legno, che iniziano a volteggiare al ralenti attorno a lui, siano un gustoso piatto di pasta (una curiosità: in questa sequenza e in poche altre appare, come compagno di lavoro allo stesso banco del giovane, il celebre attore Denden).
Certo, non mancano riferimenti scatologici venati di una volgarità un po’ popolare, così come sono quasi una sorta di “colonna sonora” del film i rumori fisici legati al cibo, e non solo: i cinque protagonisti deglutiscono sonoramente, tossiscono, russano, mugugnano, hanno intestini che rumoreggiano. Tra le numerose gag del film, alcune hanno come protagonista il corpulento ex lottatore di sumo. I ricordi del ragazzo si concentrano sulla figura di una donna, che lavora in un bar. Lei sembra avere della simpatia per il giovane e così una sera gli prepara un soufflè che ha la forma di due grossi seni, nei quali il ragazzo, inutile dirlo, affonda, in preda al delirio gastronomico-sessuale, il suo simpatico faccione. [Claudia Bertolè]


lunedì 7 maggio 2012

Cinema giapponese contemporaneo alla Japan Foundation di Roma

Onore al merito all' Istituto Giapponese di Cultura (Japan Foundation) di Roma per le continue e interessanti rassegne cinematografiche (a ingresso libero). Domani 8 maggio inizia NEW CINEMA FROM JAPAN 2012, che presenta le recenti acquisizioni della Cineteca dell'Istituto. 
Ecco il programma (in grassetto cliccabile i titoli di cui si può leggere la nostra recensione).


martedì 8 maggio ore 19.00
Noriben – La ricetta della fortuna (Nonchan noriben), di Ogata Akira, 2009, DVD, 107’, sott. italiano

giovedì 10 maggio ore 19.00
A Good Husband (Kondo wa aisaika), di Yukisada Isao, 2009, 131’, sott. inglese

martedì 15 maggio ore 19.00
Villain (Akunin), di Sang-Il Lee, 2010, 140', sott. inglese

giovedì 17 maggio ore 19.00
Rebirth (Yōkame no semi) di Narushima Izuru , 2011, 147’, sott. inglese

giovedì 24 maggio ore 19.00
Sword of Desperation (Hisshiken torisashi), di Hideyuki Hirayama, 2010, 114', sott. inglese

martedì 29 maggio ore 19.00
The Last Ronin (Saigo no chūshingura), di Shigemichi Sugita, 2010, 133', sott. inglese

giovedì 31 maggio ore 19.00
The Chef of South Polar (Nankyoku ryōrinin), di Okita Shūichi, 2009, 125', sott. inglese

martedì 5 giugno ore 19.00
Someday, di Sakamoto Junji (Ōshikamura sōdouki), 2011, 93’, sott. inglese

giovedì 7 giugno ore 19.00
Kappa – Il folletto del fiume e Sampei (Kappa no Sampei), di Hirata Toshio, 1993, 90', animazione, sott. italiano

martedì 12 giugno ore 19.00
Bravo Shinchan! La battaglia dei samurai (Kureyon Shinchan: Arashi o yobu appare! Sengoku daigassen), di Hara Keiichi, 2002, 95', animazione, sott. italiano

giovedì 14 giugno ore 19.00
Colorful (id.), di Hara Keiichi, 2010, 126', animazione, sott. inglese

Informazioni: Istituto Giapponese di Cultura – via Antonio Gramsci, 74 – 00197 Roma
Tel. 06 3224794 fax 06 3222165 www.jfroma.it - lapalorcia@jfroma.it
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